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Omessa diagnosi o omesso trattamento terapeutico: il caso di morte per setticemia. Quando scatta la responsabilità del medico.

26 Giugno 2022

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Omessa diagnosi o omesso trattamento terapeutico: il caso

Omessa diagnosi o omesso trattamento terapeutico: perchè parlarne? Le riflessioni contenute in questo articolo sono il frutto di un recente fatto di cronaca riportato dalla stampa locale che merita alcune considerazioni.

Quando si può configurare la responsabilità del medico per omessa diagnosi o per omesso trattamento terapeutico?

Omessa diagnosi o omesso trattamento terapeutico: gli orientamenti della Cassazione

La Cassazione è costante nel ritenere che l’errore diagnostico si configuri non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca ad inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza o si addivenga ad un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli e accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi.

L’esclusione di ulteriori accertamenti può, infatti, essere giustificata esclusivamente dalla raggiunta certezza che una delle possibili patologie possa essere esclusa ovvero, in caso di plurime ipotesi diagnostiche, escludere quelle meno probabili, sempre che la patologia meno probabile non abbia caratteristiche di maggiore gravità tali che il rischio di insorgenza abbia delle conseguenze gravi per la salute. Ma, fino a quando il dubbio diagnostico non sia stato risolto, il medico che si trovi di fronte alla possibilità di una diagnosi differenziale non deve accontentarsi del raggiunto convincimento di aver individuato la patologia esistente quando non sia in grado, in base alle conoscenze dell’arte medica del caso (anche nel senso di chiedere pareri specialistici), di escludere processi patologici alternativi, essendo comunque doveroso che il medico porti a termine ogni accertamento necessario.

Omessa diagnosi o omesso trattamento terapeutico: lo scambio di informazioni medico/paziente

A tal proposito diventa determinante il consenso informato e, a monte dello stesso, il corretto scambio di informazioni medico-paziente, soprattutto in caso di dubbio diagnostico.

In questa determinata fase del rapporto professionale, il medico ha, da un lato, la necessità di acquisire informazioni dal paziente e, dall’altro, il dovere di fornirgli informazioni. Si tratta, tuttavia, di informazioni di natura ben diversa, per contenuto e rilevanza giuridica, da quelle funzionali ad ottenere il consenso informato del paziente al trattamento terapeutico. Queste ultime riferiscono i possibili rischi del trattamento terapeutico e hanno la funzione giuridica di presupposto di operatività della causa di esclusione della responsabilità penale del medico a seguito della prestazione del consenso all’intervento chirurgico da parte di chi ne ha diritto. Le prime, invece, hanno natura cautelare in quanto introducono nella diagnosi dati attraverso i quali il medico ha la concreta possibilità di influenzare il corso degli eventi, sebbene il medico non possa decidere per il paziente. L’informazione fornita in tale contesto è importantissima, perché consente al medico di attivare nel paziente delle decisioni corrette in relazione al suo stato di salute, idonee a evitare il verificarsi di eventi lesivi. In questi casi, il medico è tenuto a comunicare una diagnosi certa e, fino a quando ciò non sia possibile, astenersi dal fornire informazioni incomplete, ambivalenti, perplesse

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Fornire al paziente un’informazione inesatta si risolve in una condotta negligente del medico. Un corretto scambio di informazioni determina, da un lato, la concreta possibilità per il sanitario di conoscere le reali condizioni del paziente e di incidere sul processo diagnostico, rispondendo dunque l’informazione al diverso obiettivo di evitare il rischio di una diagnosi inesatta, incompleta, confusa; ma anche dal lato del paziente, un corretto scambio di informazioni consente di evitare condotte o comportamenti inconsapevolmente ostativi alla cura. Così posta la questione, è possibile attribuire all’obbligo informativo la natura di regola di generica cautela che deve assistere il rapporto di collaborazione tra medico e paziente.

Ne consegue che risulta riferibile alla condotta negligente del sanitario, piuttosto che ad un evento eccezionale, il comportamento oppositivo del paziente all’esito di un’informazione inidonea, incompleta, confusa, tale da non consentirgli di comprendere la diagnosi o la necessità di completare l’iter diagnostico, rimanendo ricoverato in ospedale.

Conclusioni

Per concludere è bene evidenziare che l’indagine sulla colpa di un medico va effettuata a priori, ponendosi mentalmente nel momento anteriore in cui i fatti si sono verificati (valutazione ex ante), poiché l’individuazione della regola cautelare non scritta eventualmente violata non deve essere frutto di una elaborazione creativa, a posteriori ad evento avvenuto e in maniera del tutto astratta e svincolata dal caso concreto (valutazione ex post), ma deve discendere da un processo ricognitivo che individui i tratti tipici dell’evento, per poi procedere formulando l’interrogativo se questo fosse prevedibile ed evitabile “ex ante“, con il rispetto della regola cautelare in oggetto, alla luce delle conoscenze tecnico – scientifiche e delle massime di esperienza del caso.

Ciò detto, qual è la tua opinione al riguardo? Arricchisci il dibattito riportando l’esperienza di qualche tuo collega lasciando un commento qui sotto.

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