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Mani Pulite: Tangentopoli 30 anni dopo

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Mani Pulite: Tangentopoli oggi a trent’anni dai fatti fatti del 17 febbraio 1992

In una data tonda come questa, è lecito chiedersi quale sia l’eredità di quell’esperienza giudiziaria e di costume a trent’anni dall’arresto di Mario Chiesa, in particolare se l’inchiesta “Mani Pulite”, che ha cambiato le sorti dell’Italia, abbia avuto un effetto benefico sul ruolo di amministratori, funzionari pubblici e imprenditori in rapporto con la Pubblica Amministrazione.

Il giudizio non è soltanto tecnico: oggi emergono in maniera lampante e consapevole distorsioni e forzature nella fase di indagine, egregiamente sintetizzate da Gian Domenico Caiazza su Il Riformista del 19 febbraio (https://www.ilriformista.it/tangentopoli-ha-corrotto-le-regole-quellepoca-ha-distrutto-lo-stato-di-diritto-281064/), ma deve necessariamente essere storicizzato date le ricadute di quell’esperienza totalizzante sulla vita della Nazione, ma soprattutto sul cambio di paradigma dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni pubblici ministeri eroi che combattevano il crimine politico, e di altri che di lì a qualche mese sarebbero stati investi in pieno dalla violentissima azione militare della mafia, con le Stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Quali considerazioni fare a margine di quella vicenda giudiziaria e di costume?

È fuori di dubbio che Mani Pulite non abbia contribuito ad estirpare la corruzione in Italia, viste le attuali proporzioni del fenomeno.

Al contrario, Tangentopoli ha prodotto quanto meno due effetti distorsivi: primo, la mitizzazione della figura del pubblico ministero eroe, che combatte solo contro tutto e tutti; secondo, lo spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica dal momento della verifica della fondatezza di un’accusa, ossia il processo con tutta la sua ritualità bizantina, al momento dell’indagine o meglio ancora dell’arresto, spettacolarizzato attraverso una stampa compiacente appiattita sulla narrazione fatta dagli atti investigativi, senza alcun interesse per l’analisi e l’approfondimento ma preoccupata soltanto dall’amplificazione del sensazionalismo.

Non sono infrequenti i casi in cui, all’esito del processo, quei fatti esibiti come verità risultano clamorosamente dichiarati insussistenti; ma l’opinione pubblica non mostra più interesse perché ormai si è radicata l’idea che l’arresto sia già una sentenza di condanna, ritenendo superflua la celebrazione di un processo e con esso le notizie sulla sua conclusione.

Non era difficile prevedere che l’accumulo di un potere tanto immenso da parte della Magistratura, in particolare quella inquirente, avrebbe condotto ad una sua crisi, il cui deficit di credibilità è figlio di questa stagione che ha prodotto uno squilibrio tra poteri costituzionali dello Stato, pericolosamente sbilanciati a vantaggio di uno solo.

Ma quella che poteva essere un’occasione per riequilibrare gli stessi, anche di un Potere Esecutivo appaltato ad una tecnocrazia esterna quasi contrapposta alla Politica, rischia di essere sciupata per l’assenza di una classe politica autorevole e credibile, all’altezza del compito che le si chiede, purtroppo ostaggio del timore di sentirsi esposta ad una azione giudiziaria.

Sull’onda di Tangentopoli è stato un grave errore intervenire sull’immunità parlamentare, rendendo vulnerabile il Potere Legislativo immobile di fronte al terrore di una disinvolta azione giudiziaria, soprattutto alla luce delle statistiche sugli esiti processuali.

Ed è stato un grave errore storico di una parte politica dell’epoca, ma anche di alcune forze in tempi recenti, aver cavalcato l’azione delle “Procure”, senza rendersi conto che prima o poi tale lasciapassare avrebbe fagocitato tutto. Recentemente Luciano Violante, che rivestì un ruolo determinante in quella stagione, in un’intervista a “Il Foglio”, sembra abbia riconsiderato la bontà di quelle scelte (https://www.ilfoglio.it/giustizia/2022/02/17/news/-ristabilire-confini-netti-tra-potere-giudiziario-e-potere-politico-chiacchiere-con-violante-3697369/).

Questo ha determinato la resa incondizionata della Politica incapace di fronteggiare l’esondazione costituzionale della magistratura inquirente, divenuta ormai arbitro della vita italiana.

Queste sono le conclusioni amare che possono trarsi dalla stagione di Mani Pulite, rifuggendo l’idea che provare a riflettere sull’esperienza di Tangentopoli significhi farsi paladini della corruzione.

 

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